browser icon
You are using an insecure version of your web browser. Please update your browser!
Using an outdated browser makes your computer unsafe. For a safer, faster, more enjoyable user experience, please update your browser today or try a newer browser.

Funzione e produzione dell’emaki

L’ emaki è un sistema narrativo che richiede la costruzione di una storia, quindi tutta la composizione si basato sulle transizioni da una scena all’altra sino alla risoluzione finale.
Come tutte le arti giapponesi del tempo, i primi emaki sono fortemente influenzati dalla Cina: per esempio, il Sutra Illustrato delle cause e E-ingakyo_Daigojidegli effetti riprende lo stile naif e semplice dei Tang, sebbene si notino delle dissonanze soprattutto sui colori. A partire dal periodo Heian, gli emaki giapponesi si dissociano da quelli cinesi soprattutto nei temi: se infatti i rotoli cinesi avevano principalmente lo scopo di illustrare i principi trascendentali del buddismo e paesaggi sereni, suggerendone la grandezza e la spiritualità, quelli giapponesi, invece, concentreranno la loro attenzione sulla vita quotidiana e sull’uomo, trasmettendo dramma, umorismo e romanticismo, e traendo inspirazione dalla letteratura, dalla poesia, dalla natura e soprattutto dalla vita quotidiana,  forgeranno una nuova arte intima, a volte in contrapposizione alla ricerca della grandezza spirituale cinese.
I primi temi giapponesi del periodo Heian sono strettamente legati alla letteratura e alla poesia waka: dipinti delle stagioni, il calendario annuale delle cerimonie, campagne e infine i famosi paesaggi dell’arcipelago (meisho-e). Successivamente, i soggetti diventeranno sempre più vari grazie ai nuovi guerrieri Kamakura e alle sette buddiste sette; ciò nonostante gli storici hanno classificato gli emaki per forma e sostanza e nella forma: se alcuni hanno proposto una classificazione dei soggetti con riferimento ai canoni del tempo, Fukui e Okudaira hanno distinto a seconda del tema se laico (romanzi – Monogatari e e diari di corte – Nikki, leggende popolari – setsuwa Monogatari, storie militari – Kassen, rotoli sui poeti waka, relazioni su riti e cerimonie celebrati in modo rigido e codificato durante tutto l’anno, dipinti e ritratti realistici – Nise-e, otogi-zoshi – racconti popolari e di fantasia in voga nel XIV secolo.) o religioso (illustrazioni di sutra o dottrine religiose – kyu-ten, biografia illustrata di un monaco buddista di primo piano o di sacerdote – Shonin o e-kōsōden eden, dipinti sulla storia di un tempio – engi, zoshi – raccolta di storie buddiste); a tale suddivisione si aggiunge una terza categoria per le opere più eterogenee che mescolano la religione con forme narrative più convenzionali o con narrazione di tipo umoristico-popolare.
Gli autori di emaki sono per lo più sconosciute oggi e spesso un singolo emaki sembra nascere dalla collaborazione di più artisti come viene supposto anche sulla base dell’utilizzo di alcune tecniche quali l’e-tsukuri. Quindi, gli storici dell’arte sono oggi più interessati a determinare l’ambiente socio-artistico dei pittori: dilettanti/professionisti, di corte o del tempio, aristocratici/di modeste origini.
Sembra presumibile che i pittori dilettanti fossero aristocratici che vivevano alla corte dell’imperatore a Heian. Sappiamo che i nobili, come descritto da Murasaki Shikibu nel racconto di Genji, era solito riunirsi per degli e-awase (gare di pittura), in cui si confrontavano intorno ad un tema comune partendo spesso da una poesia. Sembra pure che le loro opere siano tendenzialmente monogatari e nikki.
Nel Giappone medievale troviamo pure degli atelier di pittori professionisti (絵 所, edokoro); a partire dal periodo Kamakura, la produzione professionale domina notevolmente, e troviamo diversi atelier: quello attaccato al palazzo (kyūtei edokoro), quello attaccato ai principali templi e santuari (jiin edokoro), o infine quelli ospitati da alcuni personaggi. Lo studio di alcuni testi d’epoca ha permesso di individuare, per la maggior parte degli emaki, almeno l’atelier che l’aveva prodotto.
In merito agli emaki prodotti da templi, questi erano principalmente destinati a diffondere una dottrina, a fare proselitismo, o addirittura alcuni sūtra favorirebbero semplicemente la comunicazione con gli dei (per esempioKitano_Tenjin_Engi_Emaki_-_Jokyo_-_Michizane_on_top_of_a_mountain il Kitano Tenjin engi emaki era destinato a pacificare gli spiriti maligni). Questo proselitismo, favorito dalla comparsa delle sette della Terra Pura di Kamakura modificò peraltro i metodi di produzione, in quanto questi emaki erano destinati a essere copiati e ampiamente esposti nei vari templi. Invece, negli atelier di corte, la produzione sembra concentrata sull’illustrazione di romanzi o documenti storici, come Rolls dell’immagine disse Heiji. Ancora emaki di ispirazione storica potevano motivare qualche mecenate: per esempio, lo Heiji monogataria emaki è stato presumibilmente realizzato dal clan Minamoto, vincitore della guerra di Genpei, e il Mōko shūrai ekotoba fu realizzato per un samurai che chiedeva il riconoscimento dello shogun. Passando ad artisti noti, sulla base di studi comparati, si riesce spesso a dedurre il nome dell’artista: per esempio, il monaco En-i ha firmato la biografia illustrata monaco itinerante Ippen, gli storici considerano Tokiwa Mitsunaga autore del Ban Dainagon ekotoba e del Nenju Gyoji emaki, o ancora Enichibō Jonin per i Rotoli illuminati dei fondatori della setta Kegon. Tuttavia, le vite di questi artisti rimangono pressoché sconosciute, presumibilmente di estrazione nobile per le accurate descrizioni del palazzo imperiale e di altri organismi ufficiali come la polizia imperiale. Il Rotolo delle leggende del Monte Shigi Myoren_sending_back_the_riceillustra questa dimensione, dal momento che la precisione di entrambi i motivi religiosi e aristocratici dimostra chiaramente la prossimità a questi due ambienti sociali. Un artista più noto è Fujiwara Nobuzane, aristocratico della famiglia Fujiwara, autore del Rotolo illuminato delle guardie imperiali. Tra i templi, Kozan-ji è stato particolarmente prolifico, sotto l’impulso del monaco Myoe, grande studioso che ha fatto importare diverse opere cinesi dei Song, e la linea di Jonin sul Rotolo illuminato dei fondatori della sette di  Kegon lascia emergere proprio queste influenze.
A partire dal XIV secolo, l’atelier di corte (kyūtei edokoro), e anche il tempio dello shogun, sono guidati dalla scuola Tosa, che predilige lo stile yamato-e come pure la produzione emaki malgrado il calo di interesse generale verso questa forma letteraria. Su questi artisti abbiamo maggiori informazioni: Tosa Mitsunobu realizza una grande quantità di opere commissionate da templi (kiyomizudera engi emaki) o da nobili (gonssamen kassen emaki). La scuola concorrente Kano offrirà alcuni dei propri quadri coerenti col genere richiesto dai mecenati, e gli storici dell’arte hanno rilevato somiglianze tra il Tōshō daigongen engi (XVII secolo) di Kano Tannyu e Heiji monogatari emaki, suggerendo un presumibile collegamento tra Minamoto e Tokugawa, rispettivamente il primo e l’ultimo shogun che governavano il Giappone.
Il supporto preferito per gli emaki è la carta, talvolta la seta, come già avveniva in Cina: bisogna tuttavia sottolineare che la carta giapponese (washi) è generalmente più robusta e ha una trama meno sensibile rispetto a quella cinese, essendo le fibre tendenzialmente più lunghe. I colori vengono creati tramite pigmenti minerali come l’azzurrite per il blu, il cinabro per il rosso, il realgar per il giallo, la malachite per il verde, ecc. Tutti questi pigmenti, chiamati in giapponese iwa-enogu, non sono solubili in acqua e richiedono un legante: generalmente viene usata una colla animale; la quantità di colla necessaria dipende dalla finezza di macinazione dei pigmenti. I dipinti sono destinati ad essere arrotolati, e i colori vengono applicati in strati sottili onde evitare il formarsi di fessure nel medio termine. Per quanto riguarda l’inchiostrazione, viene usata una semplice miscela di legante e fumo di legna, il cui dosaggio dipende semplicemente dal produttore dell’opera. La calligrafia è importante soprattutto nelle arti pittoriche asiatiche: gli artisti giapponesi scrivono con un pennello, variando lo spessore della linea e diluendo l’inchiostro per ottenere un nero scuro che, fortemente assorbita dalla carta, tende a diventare un grigio chiaro. Essendo i rotoli di carta, o di seta, relativamente fragili, soprattutto dopo l’applicazione del colore, i rotoli vengono rivestiti da uno o più strati di carta forte, oltre a uno molto simile ai kakemono (rotoli appesi ): i dipinti vengono stirati come allungati, quindi incollati sul supporto, asciugati e spazzolati da un artigiano specializzato “kyoshi” (maestro sutra). Gli emaki dal formato lungo pongono non pochi problemi di applicazione: in generale, fogli di carta o di seta di due/tre metri vengono rivestiti separatamente, e poi assemblati con strisce di carta giapponese con fibre lunghe; la duplicazione dei fogli richiede una maggiore attenzione nel dosaggio della colla animale che, una volta asciugata, permette di allungare correttamente la carta dipinta. L’assemblaggio finale si completa nella scelta del bastone di legno (軸, jiku) piuttosto sottile, e nel montaggio di un raccordo coperchio (表 紙, hyoshi) che protegge l’opera avvolta da una cordicina (紐, Himo); la copertura è generalmente fatta di seta e decorata dall’interno (見 返 し, mikaeshi), talvolta persino con polvere d’oro e argento.


Rispondi